Noi felici pochi, di Patrizio Bati

Il titolo è decisamente attraente e la copertina anche. Patrizio Bati, ma chi è? Quel nome mi ricordava maledettamente qualcuno prima di collegare lo pseudonimo a Patrick Bateman, personaggio irreplicabile di Bret Easton Ellis in American Psycho. Voler replicare Ellis è impossibile, è unico nel suo genere, e provare a imitarlo non può che sortire l’effetto di un boomerang.

Patrizio Bati, o meglio chi si cela dietro il suo nome, ha riversato in centosessanta pagine di romanzo d’esordio quintali di violenza. Un libro che rappresenta un nuovo pretesto per far odiare ancora di più i Parioli e chi ci abita all’universo che non potrà mai capire un mondo come questo senza esserci nato e cresciuto. Eppure il racconto, difficile definirlo romanzo, è interessante per chi conosce le dinamiche e i luoghi delle vicende narrate. La storia di Patrizio e i suoi amici è disperatamente reale, sconvolgente, a tratti inconcepibilmente usuale. La speranza del lieto fine non abbandona mai chi legge, pagina dopo pagina, mentre cresce la triste consapevolezza mano a mano che si definiscono i caratteri aridi e svuotati dei protagonisti. “Era una settimana che ero stanco. La cocaina stanca”, una brutale realtà quella di Bati, quella che in molti vorremmo dimenticare, quella degli incidenti, dei morti, dell’alcol, delle droghe, della prostituzione minorile. La storia ruota intorno ad un incidente d’auto, causato da guida in stato d’ebrezza sulle curve del monte Argentario. Patrizio Bati, autore e protagonista del libro, è un fascistello di curva nord con il mito della rissa, un cliché praticamente. Figlio di potenti e ricchi con un futuro di potenza e ricchezza davanti a sé. La vicenda è intervallata da flash, ricordi senza criterio in un’estate qualunque di un anno qualunque. Il linguaggio dell’autore e certi aneddoti lasciano pensare che la storia sia ambientata nei primi anni duemila, quando poi invece alcuni dettagli come la descrizione dell’ultimo modello di I phone fanno capire che sia ambientata ai giorni nostri. Non sono poche le imprecisioni del testo e forse la trama è in effetti un po’ debole, eppure si perdona qualcosa all’esordio di un autore che recupera molti punti nello stile di scrittura.  È lì che si racchiude forse la parte migliore di questo libro: uno stile ipnotizzante, veloce, diretto. La descrizione delle scene più eclatanti non è mai ridondante e rende perfettamente la normalizzazione di eventi che di normale non hanno nulla.

Noi felici pochi merita di essere letto per questo, perché ha la forza di raccontare vicende e realtà attualissime che nessuno di noi ha voglia di vedere e lo fa con uno stile impeccabile. Le persone vogliono dimenticare, non vogliono approfondire il vuoto cosmico dei loro figli, nipoti, nessuno vuole approfondire la disperazione di una generazione che non ha nulla in cui credere e solo obiettivi e standard da raggiungere. Nessuna pietà per chi si mette sulla loro strada e nessun esempio da seguire con una scusa perenne, un capro espiatorio intramontabile: una madre troppo assente.

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